la doccia fredda quando la fai resti sempre un po' intorpidito e a volte, se fa caldo, ci sta anche che ne godi la doccia gelata invece senti proprio che ti prende a calci in faccia per un tot di chilometri suddivisi per un numero x di giorni dove x è il fattore che più che essere il "fattore che non ti aspettavi" è il "fattore che ci speravi che non fosse così"
il mio sogno... il mio sogno è un deserto e devo pur appigliarmi a qualcosa. mi ritrovo a pulire ogni foglio scritto o disegnato in precedenza. mi serve carta pulita. non ne posso fare a meno. ed ogni nuovo calcolo mi opprime. è sadico non sapere quale sia l'ingiusto risultato. il mio algoritmo... quale procedura?
mi ritrovo a disegnare insetti. terribili. voluttuosi. si accoppiano come se fossero umani. hanno apparati genitali. li usano come se fosse arte il loro unirsi e come se l'impossibilità di esprimersi producendo onde sonore, fosse il loro unico, autentico, peccato. ma sono in procinto di dar voce alla mia pelle. continuar dalla pergamena al mio braccio mi è vitale. doloroso forse... salir verso la spalla, il collo, l'orecchio... con la china disegnarne, sotto il padiglione auricolare, il più disgustoso. non dovrebbe esser così complicato convincervi di quale autocoscienza egli sappia far propria: ogni insetto è sessualmente "contestualizzAbile". non ho neanche da spiegargli cosa fare del mio orecchio. ed il suo penetrare non è che l'unica soluzione del problema. ecco il mio algoritmo. ecco la mia procedura. provo il dolore peggiore che qualsiasi essere incorruttibile abbia mai provato. ma ho solo il sangue a testimoniarlo. il demonio si fa strada oltre al timpano, vicino al nervo acustico. e lì risiede. dorme. si nutre. da lì comincia a ordinarmi. non è detto che ogni sua parola sia legge. di certo, per certo... un buon consiglio. ma il dolore non svanisce...
credi in me questa notte ti renderò il tuo 1979 nel tuo sopportare la mia stessa nascita tardiva senza luce questa notte vorrei stringerti nel mio stomaco sentirmi madre e fratello noi che non avremo mai grembo nella terra in cui abbiamo conquistato la nostra dipartita credi in me questa notte distruggerò il tempo che ci ha diviso ancora noi che non abbiamo neanche la vita a renderci simili sopravvivi in me nei miei occhi imperfetti
su questa pietre che scivolano sotto ai miei passi seguo il tuo cammino che procede verso altri occhi e vorrei esser fatto della stessa roccia che calpestiamo perdurare in una compostezza che non mi appartiene, in tua presenza e misurarmi con l'impossibilità di vederti, come ogni oggetto inanimato ma questi occhi sono per l'avvicinarsi della tua figura scolpita in lontananza questa vista non perfetta è per il mondo che va a fuoco fuori da questa stanza il letto che ritrovo sotto la mia schiena mi rivela il peso di respiri senza parole che li possano accompagnare interi mondi esplodono in questo ignoto richiamo e forse noi non lo sapremo
tre ore al diluvio non per niente, non riesco a farle venir fuori composto inutilmente composto "l'inutile mente" composto seduto al mio posto tre ore al diluvio, dentro
ovvero "muore, lo imbalsamano e lo mettono sulla porta di casa a stringere la mano agli ospiti"
- senti, a me mette a disagio. io non entro. - ti prego! non cominciare a far storie, eh! - ma no... guarda... ecco io... io non gliela stringo la mano come se mi avesse appena invitato ad entrare in casa sua. - ma non vedi che lo fanno tutti? ti sembra che gli altri si stiano facendo qualche problema? - non mi importa, senti. non mi interessa degli altri. è di un cattivo gusto allucinante. - va bene. ok. potevi dirmelo prima di uscire di casa. mi sarei preparata psicologicamente. - per cosa? - al fatto che avevi l'irresistibile desiderio di farmi fare brutta figura di fronte ai nostri nuovi vicini! - oh, per la miseria... - tipico da parte tua... - non cercare di farmi sentire in colpa come al solito! - fa come vuoi. fa come vuoi... possiamo anche andarcene se vuoi. farò una telefonata domani a pranzo per scusarci dell'assenza. dovrò trovare una buona scusa ma ce la farò, sia chiaro. non è la prima volta tra l'altro... no? - oh Cate, per dio... - non bestemmiare! - cristo santo! - ti ho detto di non bestemmiare! - stiamo dando spettacolo Cate. come se la cosa non fosse già abbastanza teatrale da sola... - non incolpare me, santo cielo! pazzesco. - senti. va bene, ok? per amore della pace. gli stringo la mano anche io, contenta? - bah! - e che gli dico? - come sarebbe a dire "che gli dico?" ? - che dico a... lì a lui... quando gli stringo la mano? - non so, cerca di essere gentile. no? - non sono capace di fare il ruffiano. - quante storie, Jacob! è un cadavere. credi si possa offendere?
morto un cristo si libera semplicemente un'altra croce. e chi la vuole la croce? "io io io io" disse l'asino dopo che il padrone gli ebbe dato un bello schiaffone sulle chiappe. "e come lo mettiamo sulla croce, questo?" si chiesero tutti. ed un rampollo in lontananza urlò "per la carità, lasciate stare la bestia. mi offro io". "chi è 'sto cucciolo?" domandò un vecchietto. "sono il bel bimbo individualista" disse lui. il bel bimbetto dell'era moderna. "urca urca urca urca" fecero tutti in coro. "com'è bellino il pargoletto! carichiamolo di peso! che stia ben lassù in piena vista. che i nostri figlioli se lo ammirino per benino, ogni sera e mattino. che d'arrivar alla sua altezza gli darem l'avvenire." "evviva il frugoletto. evviva il ragazzotto" facean a destra e a manca. gli si raccolsero attorno "vedrai che bei chiodi", "vedrai che bella croce". il ragazzino tutto felice, di tanta generosità sorpreso, sempre più bello con le gote rosse rosse.... e intanto l'asino scendea dal Golgozza ripetendo "io io io io io" il padrone, schiaffeggiandolo "sta zitto, somaro. o ti faccio camminare a quattro zampe come i tuoi simili."
l'amicizia è un valore assolutamente inconsistente. ma poiché il perbenismo di facciata obbliga a dinamiche dominanti, ben pochi saranno coloro i quali avranno in cuor loro il coraggio di guardare indietro e riconoscersi nel mero e cinico sfruttamento del prossimo.
un uovo caduto dal nido. un pulcino ne esce a fatica. la madre a terra pure lei, ferita, immersa in uno strano liquido putrefacente. io li raccolgo. li metto dentro ad un piatto di cous cous. la madre si avvicina col becco al pulcino, dilaniandolo. lei si getta giù dal parapetto del piatto e muore. mi sorge il dubbio che non fosse sua madre. io, nel frattempo, disgustato, rifiuto il cibo e mi allontano. il mio cane urla in lontananza, col bacino schiacciato da un cancello che non lo lascia né uscire né entrare. tutto attorno a me è lacerato, morente o in putrefazione. raggiungo il cane, lo abbraccio. e mi accorgo di esser io che lo stringo in una morsa da cui non riesce a divincolarsi. lo lascio andare e scappa.
quando certezze non vorrai in luogo al mistero mi recherò sotto al liquidambar quando per questo pendio l'ospitarlo sarà la radice dei nostri desideri resterò quieto ad attendere il siero delle sue ferite
quando il mezzodì sì legherà alla carezza che discende la montagna vedrò risplendere tra le foglie il destarsi degli impalpabili frammenti di quest'epoca quando mai potrai raggiungermi al rifugio dai sospiri che gli strepitano attorno resterò quieto ad attendere il tempo della nostra caduta
squasso e mancato. squasso e mancato. e poi ancora. e poi ancora. e poi ancora... sono i giunti delle rotaie. dove sia stato o dove io stia andando non sono toccati da questo continuo tormento metallico. l'antica tradizione dell'uomo si è protratta fino a qui. lungo la ferrovia, fino a questo motore che traina bestie con differenti gradi di ignoranza, attraverso paesaggi lasciati in braccio al desolato torrido suolo senza più sangue, ed oscurati ai miei occhi dalle tende chiuse della cabina. è una tradizione tanto vera quanto corrotta. pagata a qual prezzo? non c'è una sola anima in questo vagone che predichi morte a questo silenzio. presto tutto si consumerà inesorabilmente in una nuova stazione. all'ultima fermata. la sensualità di una nuova tappa della frontiera verso ovest. la stagione di una nuova conquista. tra duecento anni l'America avrà i tratti somatici di un viso apparentemente giovane, solcato da lacrime versate da occhi ben più antichi dell'uomo che per primo ha raggiunto queste terre. nel gusto salato di quelle lacrime il nostro corpo si disseta ogni giorno, a cercar di stabilire un'appartenenza non ancora del tutto meritata, a sovvertire un rifiuto delle nostre stesse membra, introducendo nel nostro corpo una parte infinitesimale del ricordo ancestrale che riposa sotto il terreno che calpestiamo. il treno scorre lungo i solchi della raggrinzita pelle che ricopre questo mondo: tutto ciò che soffoca là fuori, oltre il sipario che incombe sul finestrino di questo treno. ed è la pelle del serpente che popola queste valli, temibile prova per i viandanti e le carovane. di quei circa trecento nuovi insedianti che ogni anno giungono fino a queste terre. trecento, tra uomini e donne, con una propensione così istintiva e vorace ad accoppiarsi, figliare e sopravviversi da dare un senso così illusorio alla parola "frontiera". entro breve questo non sarà altro che un altro, ennesimo punto di approdo e ripartenza per pianure e valli ben più al di là delle loro aspettative. per quel che mi riguarda, quando questo viaggio sarà terminato, potrò finalmente vedere il corpo del mio assassino, rendergli grazie e restargli accanto, per almeno un giorno. solo quello mi è concesso. un giorno appena. dio non voglia che riesca in quel solo giorno a riportarlo in vita ed ucciderlo a mia volta. questa è la mia storia.
la mia ombra cucita al mio mancato nuda e livida guada lo Stige scarne e prominenti le sue interiora nel desiderio di evacuazione dal martirio dell'endoscheletro ci mancherà nel suo rifiuto piangeremo la sua parabola afona rigurgito della nostra virale sopravvivenza
la mia ombra genetica inconscia di sangue e sperma vi galleggia, cosparsi i suoi tiranti tendinei nel suo castigo vi è il ritardo della colpa protratto nel vettore che la ancora all'alveo del disarmo affrancato il cibarsi del suo stesso ventre nessuno saprà dormirne a distanza fino all'estinzione di massa
"Da-n-da-da-n-da-n-da-da and here I am, The only living boy in Oz (New York)."
ti trasporti il vento quando sarai stanca ora che ti svesti per un nuovo regno dai tuoi legami coi sogni dolce Ozma, io sto partendo con poco in tasca e son poco più che una testa di zucca mentre rotolo sulle mie ginocchia lungo il sentiero che il sole rispecchia. Dolce Ozma, quali notizie dai tuoi messaggeri? incontrerò molti punti cardinali darsi minacciose forme femminili? Dolce Ozma, arriverò un giorno se è quello che speri
caro pubblico, l'ultima trasmissione via cavo domani ci annunceranno i vostri sogni di quali occhi siete schiavi? e di quale agonia televisiva?
ed ora notizie del giorno il presidente ha indossato un vestito di trussardi prima di macchiarsi di yogurt al limone confortanti le dichiarazioni del vicepresidente che ha parlato di una crisi durata solo poche ore
è stato un giorno terribile ti prego non portarmi nel cuore è stato un giorno terribile per favore non baciarmi
un'aranciata non chiedo altro investigazioni e crollo delle borse tutto quanto prenderà il volo con le prossime edizioni
è stato un giorno terribile ti prego non voglio trucco è stato un giorno terribile per favore non aspettarmi per cena
ed ora passiamo alle notizie del meteo la capitale verrà nei prossimi giorni colpita da un fronte freddo in arrivo dalla camera da letto di una nota coppia di attori le agenzie parlano di sette mesi senza rapporti tra i due venti forti sulle coste più turistiche calma piatta sui più ostici laghi di montagna
è stato un giorno terribile ti prego non dormire con me questa notte è stato un giorno terribile per favore è difficile ammettere di amarti è stato un giorno terribile
sono preoccupato per il tuo tè alla vaniglia, per le tue vacanze estive, per il bollo della tua auto, per la percentuale di cacao puro nella tua cioccolata, per il tuo telegiornale delle 19:30, per il numero di watt della tua autoradio, per il colore dei tuoi capelli